mercoledì 25 febbraio 2015

Once Upon A Time. C'era una volta. Il testo completo


Una volta, tanto tempo fa, in una parte del mondo dove il tempo si era fermato, sorgeva un regno chiamato Sevebien.
In quel regno un po’ incantato, ma anche molto, tanto scombinato, tutto si faceva tranne che guardare quello che accadeva intorno a ogni abitante di ogni casa, di ogni palazzo, di ogni torre, di ogni grotta e perfino del mare.
Ma a Sevebien il mare non c’era.
I pesci e i mammiferi senza zampe, ma con le branchie, vivevano all’aria, al sole e alla luce come fossero animali terrestri. E poi parlavano lo stesso linguaggio dei cani, dei gatti, dei topi e dei conigli che popolavano uno dei regni più strani che madre natura e qualche uomo perso, avevano costruito a dispetto delle leggi e dei codici, delle regole e delle norme dinastiche che reggevano ogni altro gruppo di persone sparso nell’universo. Sevebien era un regno senza re. Mancava anche la regina e i principi scarseggiavano.
C’erano Mammo e Gippo, Vesso e Gappo ma per il resto, tutti gli altri abitanti quando si incontravano si salutavano con un “Oh” che era uguale per uomini e donne, pesci e animali, piante e fiori, sassi e rocce.
La città di Mira Mas Allá, capitale del regno, era un posto bellissimo. Le case erano colorate e le strade ben curate e anche gli alberi e le siepi sembravano venissero potati a ogni ora del giorno e della notte, all’alba e al tramonto, con il sole e con la pioggia, con il caldo e con il freddo.
A Sevebien non si era mai celebrato nessun rito. Forse perché non nasceva mai nessuno, ma nessuno in compenso moriva, gli abitanti del regno non sapevano cosa fossero il battesimo, la prima comunione, la cresima, il matrimonio, l’estrema unzione e, quindi, neanche un funerale. Non sapevano cosa fossero le lacrime e il sorriso, la gioia e la tristezza e ignoravano totalmente cosa fosse l’amore. Loro, gli abitanti di Sevebien, vivevano una vita senza emozioni, mentre sapevano molto bene cosa fosse l’invidia. Questo aspetto procurava non pochi danni a una popolazione che altrimenti avrebbe vissuto senza sussulti, beandosi delle nuvole incantate che svolazzavano felici nel cielo di giorno e di notte e dalle quali non scendeva mai una goccia di pioggia. La pioggia c’era ma non scendeva dalle nuvole. Cadeva e basta, anche con il sole, con il buio, la brezza violenta che arrivava da oriente e il venticello caldo e odoroso dell’ovest. Sevebien era un regno gonfio di profumi. Si avvertivano nell’aria come se un essere vivente e un po’ pazzo si divertisse a spargere petali di rose, foglie di basilico e rosmarino, eucalipto e origano, gelsomini e campanule in un misto di odori stordenti e refoli di deliziosa vaniglia.
Vicino alla città di Mira Mas Allá, qualche chilometro più a nord, sorgeva un piccolo borgo di case diroccate che, abitato da un solo essere umano, si diceva fosse il regno dell’invidia nascosta. Gli abitanti di Mira Mas Allá lo avevano chiamato Sevemal perché non era segnato su nessuna carta geografica e perché, affacciandosi da una qualsiasi delle case che lo componevano, il paesaggio non è che fosse dei migliori...
A Sevemal, però, molto spesso, si recavano gli abitanti di Mira Mas Allá che non riuscivano a sopportare che qualcuno dei loro concittadini fosse appena più sorridente di loro. Non sapendo cosa fosse la felicità, i sevebieniesi maldisposti approfittavano di ogni circostanza per recarsi da Zizzo, l’unico abitante di Sevemal noto per la sua cattiveria (ma anche per una indiscussa genialità), per raccontargli i misfatti di chi, incontrandoli per strada, aveva avuto l’ardire di salutarli con un sorriso.
“Ma ti rendi conto, maestro Zizzo, Mammo mi ha incontrato e salutato e sorriso. Inconcepibile! Ed era anche meglio vestito di me.”
Maestro Zizzo allora si passava una mano sulla fronte, guardava le nuvole nere sopra di lui e diceva: “Bisogna punirlo”.
Fu così che un giorno, approfittando di un colpo di genio improvviso, maestro Zizzo inventò il bombardiere. Un grande uccello di metallo che, gonfio di pietre e di ogni oggetto pesante che lanciato dall’alto potesse far male agli abitanti di Guardaben volasse sopra le case del regno senza Re per distruggerle insieme ai suoi abitanti.
Quando il bombardiere arrivò, rombando come un tuono e confondendosi con il colore delle nuvole gli abitanti di Mira Mas Allá pensarono allo scoppio improvviso di un temporale non capirono che quel temporale non avrebbe portato con sé la pioggia o la neve, ma un evento che non sapevano esistesse: la distruzione.
Il panico si sparse come sementi di grano gettate nei solchi. Quei rumori assordanti e le case che saltavano in aria come fossero tappi di spumante, erano per i miramasallesi situazioni al limite dell'impensabile.
In un tempo possibile solo nelle favole, maestro Zizzo costruì altri bombardieri per il solo gusto di farlo ma soprattutto perché si rese conto che con più bombardieri, l'opera di distruzione sarebbe andata avanti più velocemente e alla fine, con un colpo di genio più grande di un normale colpo di genio, costruì anche un missile. A quel punto il lavoro era finito e maestro Zizzo trionfante, fece ritorno a Sevemal.
A Sevebien regnava il caos totale. Gli abitanti, terrorizzati, erano andati alla ricerca di un posto sicuro che li potesse proteggere dall'ira senza senso di maestro Zizzo. Gli animali che non erano animali e i pesci che respiravano soffi d'aria pura, vagavano senza meta fra il fumo e le macerie della città distrutta
mentre i sopravvissuti, quelli che avevano fatto dell'invidia la loro unica ragione di vita, chiusi nelle gabbie della disperazione si domandavano: “Perché”?
D'improvviso si fece un gran silenzio e l'aria iniziò a essere irrespirabile, nei polmoni entrava polvere e negli occhi ancora il bagliore dei lampi delle bombe.
E venne la notte e con la notte il peso della morte e dei corpi morti che coprivano altri corpi morti.
Così, le anime di coloro che avevano chiesto a maestro Zizzo giustizia per l'impudenza di un sorriso ricevuto, uscirono dai corpi e iniziarono a librarsi nel vento. Avevano assunto forme strane che non avevano nulla di umano e men che meno di divino. Procedevano in fila indiana come se seguissero un percorso segnato dagli eventi che essi stessi avevano prima invocato e poi provocato. Le loro forme si contrassero fino a rimpicciolirsi e si dissero:
“Ma noi non volevamo questo...”
“Forse no, però avremmo dovuto spiegare a Maestro Zizzo che ci saremmo accontentati di una piccola punizione”. Dissero le anime fluttuanti dei sevebeniesi.
Piccole o grandi, le punizioni sono sempre punizioni. Se messe poi in atto in un regno dove non nevica ma nevica, piove ma non piove e tutti gli abitanti vivono senza emozioni, sono solo glaciali aberrazioni.
E venne un'altra notte e con l'altra notte il buio delle anime e dei pensieri, delle nuvole perse e dei rimpianti senza pianti. “Ma tu perché hai l'anima più bella della mia?” disse Vesso a Gappo. I sevebeniesi non vissero felici e contenti. Semplicemente non vissero più.

FINE

Opere di Vittorio Amadio
Testo di Massimo Consorti

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